Pace di Primavera

La natura ringrazia. Ne pianterò uno io per commemorarlo e rievocare il vostro sentire.
Simona

 

Pace di Primavera.

O gloriosa pace,
della terra, nel sole;
pace di primavera,
sacro silenzio pieno

di palpitanti foglie,
tentato ad ora a ora
da un trillo alto, vivace
d’augel che si allontana;
non sei tu forse arcana
della terra preghiera?

Non son forse parole
gl’inesplicati odori
dei felici tuoi fiori?
Raggiante in bel sereno
il cielo ampio le accoglie;

certo la terra adora,
sente la terra amore;
il palpito immortale
io sento del suo cuore.

L.Pirandello da L’Aquilone “Antologia Italiana per la Scuola Media” Società Editrice Internazionale 1959

TRACCE e SENTIERI: biografie fra Tempo, Luogo, Eros, Polis e Destino

E’ sempre stato così: quando l’aria ancora profuma di calicanto e i primi temerari narcisi sbirciano dalla bordura il risveglio dell’incipiente paesaggio primaverile, lui è là, con le braccia protese verso il lago già addolcite dal bianco-rosa dei delicati fiori.

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Era.

Non farò mai abbattere quest’albero finché non sarà totalmente morto”, è stato per anni il commento di Paolo di fronte agli inevitabili tagli compiuti dal giardiniere durante la potatura invernale.

Addolorati, di anno in anno assistevamo alle amputazioni necessarie per consentire al grande albero di non affaticarsi ulteriormente nel suo lento processo di decadimento.

Cicatrizzante, concimazioni, lozioni ecologiche per riparare le ferite delle malattie … lui gradiva le cure e attraversava ancora una volta la stagione, esortando i sempre più fragili nuovi rametti a vivere gioiosamente l’avventura del tempo che resta.

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Tra i cinquanta e i sessant’anni l’età stimata. Quando siamo arrivati noi, lui era già là…

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Progettazione EcoSostenibile – Tipu Sultan Merkez (Terra Cruda)

Una scuola in terra cruda, il progetto vincitore degli Holcim Awards Asia-Pacifico

La Tipu Sultan Merkez è la scuola di terra cruda a Jar Maulwi in Pakistan progettata dallo studio berlinese ZRS che ha ricevuto la medaglia d’oro per i prestigiosi Holcim Awards nella regione Asia-Pacifico. Il primo livello dell’edificio di due piani è realizzato con unamistura di argilla, sabbia e una copiosa quantità di paglia lunga, una tecnica alla quale spesso ci si riferisce con il termine inglese “cob”. Tale tecnica è particolarmente indicata nei climi umidi, dove l’asciugatura dei blocchi di fango sarebbe difficile. L’Inghilterra e il Galles possiedono i migliori esempi di strutture realizzate in terra cruda, che vengono utilizzate da quasi cinque secoli.

L’APPLICAZIONE DELLA TECNICA

Si formano dei blocchi a forma di pagnotta che vengono posti nel muro e poi “intessutitra loroper creare una massa consolidata. I blocchi in terra cruda richiedono una certa quantità di tempo di decantazione prima di poter applicare le file superiori, poiché all’innalzarsi del muro il suo stesso peso può deformare le file sottostanti, se non perfettamente essiccate. La quantità di blocchi che si possono utilizzare in un’unica sessione senza incorrere in tale deformazione è nota col nome di “lift” (= alzata). Ogni alzata deve essere lasciata ad essiccare un po’ prima che la fila successiva possa essere aggiunta. Il tempo necessario all’intero processo dipende dalla quantità d’umidità presente in ciascuna alzata e dalle condizioni meteorologiche prevalenti.

da:http://www.architetturaecosostenibile.it

articolo di Federica Lipari

Terra Cruda in Italia

L’Associazione intende recuperare e rilanciare la cultura della Terra cruda e diffondere i valori del modello di vita e di organizzazione sociale ed economica proprio dei territori che a questa cultura appartengono. Promuovere lo sviluppo sostenibile – non solo in campo edilizio – in grado di qualificare i sistemi insediativi con la conservazione dei caratteri del territorio e nel rispetto degli equilibri eco sistemici, attraverso il recupero dei materiali, delle architetture e dei paesaggi legati alla terra cruda.

http://www.terracruda.org/

Link utili:

ITALIA

Terra Cruda, Casa stampata in 3D

www.iccrom.org
www.casediterra.it
www.matteobrioni.com
www.edilana.com
www.anab.it
www.bioarchitettura.it
www.mattonesumattone.org
www.geosana.it
www.terrarossaonline.it
http://www.geologika.it/
www.emiliocaravatti.it

Zampone di Modena IGP


Zampone di Modena


Zampone di Modena IGP
Riconoscimento IGP: Reg. CE n.590/99.
Zona di produzione: stessa zona del Cotechino di Modena (oltre che in Emilia Romagna, nelle regioni di Toscana, Lazio, Marche, Piemonte, Lombardia, Veneto e anche nella provincia di Trento).
La leggenda racconta che la sua nascita sia dovuta ad un assedio che la città di Modena subì, nel XVI secolo, ad opera di Giulio II. L’impasto è praticamente lo stesso del Cotechino di Modena.
Si utilizza carne di maiale magra e grassa, macinata grossolanamente, unita poi a cotenna di maiale, tritata invece molto finemente.
Il tutto viene poi salato, speziato e insaporito con erbe aromatiche, lavorato con vino e conservanti ammessi dalla legge, quindi insaccato nella pelle della zampa anteriore del suino, ben pulita, raschiata e lavata accuratamente. Diversamente da altri tipi di salumi necessita di una lunga cottura prima del consumo. In vendita fuori dalla zona di origine soprattutto nel periodo natalizio, se ne trovano anche di precotti sterilizzati, apprezzati perché permettono di accorciare i tempi di preparazione. Al contrario di quanto si è portati a pensare, lo zampone è un alimento equilibrato. Classico è il suo accoppiamento con le lenticchie, si sposa ottimamente anche con i ceci, i fagioli e le patate. Esiste anche una versione che lo vede cotto direttamente nelle patate lessate e pressate.
CONSORZIO ZAMPONE MODENA COTECHINO MODENA
Storia:

Lo Zampone Modena e il Cotechino Modena devono la loro fama all’origine geografica dei luoghi dove tradizionalmente sono stati ottenuti. L’origine storica di queste produzioni risale a Modena molti secoli fa. Sono i padri di tutti gli insaccati che contengono cotenna. In seguito vennero prodotti anche nelle altre regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove furono tramandate e diffuse le stesse conoscenze nell’arte di fabbricare tali insaccati di puro suino.
Zampone Modena. Gioia ad un animo triste.
Lo Zampone Modena avrebbe fatto la sua apparizione nel 1511 a Mirandola, a pochi Km da Modena, quando la città venne assediata dalle milizie di Papa Giulio II. In quell’occasione i Mirandolesi si sarebbero ingegnati per evitare che i maiali cadessero nelle mani degli invasori, macellandoli ed insaccandone le carni macinate nella cotenna, dando così origine al Cotechino, e successivamente nelle zampe, decretando la nascita dello Zampone.
L’originalità della forma consacrò la fortuna di questo prodotto nei secoli successivi.
Verso la fine del ‘700 nell’immaginario gastronomico collettivo lo Zampone Modena sostituì (insieme all’altrettanto famoso Cotechino) la salsiccia gialla che rese celebre Modena già nel Rinascimento. Nel 1800 consacrò il successo su larga scala del prodotto, come testimoniano gli scritti del gastronomo romano Vincenzo Agnoletti e le numerose testimonianze letterarie.

Emile Zola ammoniva ad esempio “se volete allegria, mangiate modenese, lo zampone dà gioia ad un animo triste”.
Cotechino Modena. Musica, maestro!
Il Cotechino Modena viene considerato il padre di tutti gli insaccati. Era già famoso all’epoca dei primi Stati Italiani come una delle più tipiche e prelibate preparazioni gastronomiche emiliane.
Nel Ducato di Milano si parlava del “coteghin” fatto a Modena, che si è poi diffuso in tutte le regioni dell’Italia centro-settentrionale.
Il compositore Gioacchino Rossini scriveva al signor Bellentani, uno dei pionieri della produzione su larga scala del Cotechino Modena, “Vorrei quattro Zamponi e quattro Cotechini, il tutto della più delicata qualità”.
Un idea per il palato

Zampone Modena con zabaione al cognac
Tempo di preparazione: 40
Ingredienti per 6 persone:
• 1 Zampone Modena IGP • 3 tuorli d’uovo • 1 cucchiaio di cognac
• 1 pizzico di sale • broccoli per guarnire
Preparazione
Mentre fai cuocere lo Zampone Modena, monta a fuoco basso i tuorli d’uovo con la frusta e successivamente aggiungi un pizzico di sale e, a filo, un cucchiaio di cognac.
Non appena lo zabaione sarà denso, disponi su un piatto da portata lo Zampone Modena tagliato a fette, guarnisci con i broccoli cotti al naturale e con lo zabaione caldo.
Fonti:
Un post dedicato a questa eccellenza del nostro territorio e alla perseveranza di chi ancora lavora le materie prime cercando di mantenere intatte, valorizzandole, le caratteristiche proprie di gusto e origine della materia prima, con l’amore e la passione per il proprio mestiere. La tradizione va rispettata e valorizzata attraverso la memoria e la tecnologia, che possono e devono coesistere. 

 Consigliato da

Simona Rinaldi (kolonistuga ke-r)
http://it.gravatar.com/verdesostenibile


“negozio delle risorse” Ressourcerie

 Ressourcerie

Ed ecco un post  interessante che taglio da architetturaecosostenibile , un progetto “ecologico”e di utilità sociale, direi, che trasforma in attività imprenditoriale con un guadagno sicuro e giusto di ambe le parti, questo modello di “centro di raccolta, oasi ecologica”, in opportunità per creativi volenterosi ed utopisti.  Chissà se questa sorta di Franchising potrà prendere piede anche qua in Italia, invasa da Mercatini, Mercatopoli, Mercato del prete e chi più ne ha più ne metta, senza essere trasformata nell’ennesima operazione Radical Chic, vedremo! Tutte le persone di buona volontà creativa ringrazierebbero l’avvento: intanto questa iniziativa parigina, (madre del Radical Chic, n.b) è degna di nota.

ke-r

………………….

di Giuseppina Ascione

“Oggi si parla tanto di necessità di trasformazione economica e di nuove dinamiche sociali da inserire nel mercato del lavoro, e allora perché non elogiare un’iniziativa imprenditoriale che sembra essere la giusta risposta anche al problema ecologico? Vogliamo qui parlare della diffusione in Francia, e soprattutto a Parigi, di un nuovo tipo di negozio: la “ressourcerie”. La traduzione letterale del termine “negozio delle risorse”, e, malgrado l’affinità del suono con termini quali boulangerie o patisserie ci colleghi a deliziosi prodotti alimentari, quello che questo luogo rappresenta è invece qualcosa che si avvicina molto al centro di raccolta dell’usato. Paragonarlo però al classico mercatino delle pulci o ad organizzazioni come “Salvation Army” potrebbe essere molto riduttivo, perché gli oggetti che qui si raccolgono, seppur attraverso donazioni, vengono per la maggior parte reinventati e riproposti in nuovi tipi di assemblaggio e con prezzi accessibili. I risultati finali sono a volte strabilianti e apprezzabili soprattutto se la stravaganza rientra nel gusto del cliente: nel guardare le vetrine è molto probabile imbattersi in lampade da tavolo fatte di bottiglie di plastica, oppure porta-ritratto realizzati con palle da tennis, o anche cornici per specchi fatti da pneumatici riciclati.

Tale fenomeno, analizzato maggiormente nel suo aspetto organizzativo, e mettendo da parte le considerazioni sulla qualità dei prodotti finali, potrebbe diventare un interessante modello imprenditoriale slegato dalle logiche di mercato tradizionale, perché in questo caso il ciclo produttivo si alimenta con il contributo dello stesso consumatore, secondo un processo continuo ed inesauribile, in cui tutti i soggetti coinvolti traggono vantaggi, e che elimina a priori il problema logistico della distribuzione. Inoltre, non è da sottovalutare l’effetto educativo sulla formazione eco-responsabile del cittadino e la sua attiva partecipazione alla salvaguardia dell’ambiente. Trasferire tale modello anche sulla produzione di oggetti di maggior valore e necessità non è nemmeno un’utopia anzi, in alcuni casi, è già realtà. Un esempio è fornito proprio dalla “Interloque Ressourcerie”, che raccoglie tra le varie cose anche computer datati, per poi ripararli e creare uno strumento molto più economicamente abordabile qualora se ne richieda un uso semplificato.

di Giuseppina Ascione

su Architettura Ecosostenibile  Curiosità  varie  La Ressourcerie: il negozio delle risorse. Un modelloimprenditoriale basato sul recupero.

http://interloque.com/ressourcerie1.htm

Culatello di Zibello D.O.P – Presidio Slow Food



Il re dei salumi dalla tradizione alle nostre tavole

Il Culatello di Zibello è patrimonio, ricchezza, di quella particolare terra adagiata lungo il grande fiume Po e avvolta dalla nebbia, che è fattore determinante, regime climatico insostituibile per la maturazione e la stagionatura del Re dei Salumi, la cui arte, tramandata da generazioni, racchiude in sé la storia di una terra, le tradizioni della sua gente e le caratteristiche del clima particolare.
Dalle cantine della Bassa parmense alle tavole nazionali il percorso del Culatello è stato, storicamente, tutt’altro che breve.
Per molti secoli, infatti, il nome e il prestigio del Culatello sono rimasti circoscritti alle zone d’origine; patrimonio della gente della Bassa che sola sapeva apprezzarne il gusto e conservarne i segreti.

Il culatello viene comunemente identificato come un salume insaccato in un involucro naturale, che solitamente è la vescica del maiale. 
Grazie anche al prestigioso riconoscimento Europeo di Denominazione d’Origine Protetta – DOP (ottenuto con regolamento CE n°1263/96), oggi il consumatore ha imparato a conoscere ed apprezzare la squisitezza del “Culatello di Zibello”, un prodotto di salumeria costituito dalla parte anatomica del fascio di muscoli crurali posteriori ed interni della coscia del suino, opportunamente mondati in superficie e rifilati fino ad ottenere la classica forma a “pera”. Nella miscela di salagione sono presenti: sale, pepe intero e/o a pezzi ed aglio, possono inoltre essere impiegati vino bianco secco, nitrato di sodio e/o potassio nel rispetto dei rigorosi termini di legge.


La Denominazione d’Origine Protetta – anche DOP in sigla – è un marchio di qualità dell’Unione Europea che viene attribuito – in base a precisi regolamenti comunitari (*) – a quegli alimenti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio in cui sono prodotti.Definito “Re dei salumi” è sicuramente tra i più noti e celebrati; ogni anno poco più di 60.000Culatelli di Zibello si possono fregiare della DOP e, da oggi, anche del marchio dei produttori aderenti al Consorzio di tutela del Culatello di Zibello: una garanzia in più di unicità e tipicità del Culatello di Zibello DOP.
(*) La comunità Europea disciplina la concessione e l’uso dei riconoscimenti DOP con il Reg. CE. 510/2006 e il suo regolamento attuativo Reg. CE 1898/06


L’area di produzione
Il Culatello nasce in zone caratterizzate da inverni freddi, lunghi e nebbiosi, ed estati torride ed assolate nelle zone intorno alle rive del Po nei paesi di Busseto, Polesine Parmense, Zibello, Soragna, Roccabianca, San Secondo, Sissa e Colorno. La giusta alternanza di periodi secchi ed umidi consente la lenta maturazione dei salumi, durante la quale si sviluppano gli inconfondibili profumi e sapori che hanno reso celebre nel mondo il Culatello di Zibello DOP.

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Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia D.O.P

Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia

Riconoscimento DOP: Reg. CE n. 813/2000.

Zona di produzione: provincia di Reggio Emilia.

L’anno 1046 è la prima data ufficiale, della quale si abbia conoscenza, che ci porta a conoscenza dell’Aceto Balsamico.

Descrizione del prodotto: colore bruno scuro, limpido, lucente; densità apprezzabile e di scorrevole sciropposità; profumo penetrante e persistente, fragrante con gradevole acidità e bouquet caratteristico anche in relazione ai legni utilizzati; sapore dolce ed agro ben amalgamato di apprezzabile acidità ed aromaticità in armonia con i caratteri olfattivi; acidità totale non inferiore a 5 gradi (espressa in grammi di acido acetico per 100 grammi di prodotto); densità a 20 gradi centigradi (non inferiore a 1,200 gr litro). 

Conservazione: Dato il prolungato invecchiamento nelle acetaie e le caratteristiche intrinseche che ne derivano, il prodotto non è soggetto a rischi di alterazione durante la conservazione. L’aceto balsamico va conservato in recipiente di vetro, avendo semplicemente cura di chiudere bene il contenitore e conservarlo lontano da sostanze che emanino profumi particolari o sentori pronunciati.

Metodo di produzione: Ottenuto dalle uve di Lambrusco, Ancellotta, Trebbiano, Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta.
L’Aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia si ottiene tramite fermentazione zuccherina e acetica di mosto cotto. Il segreto della sua eccellenza sta nell’invecchiamento, che si protrae per almeno 12 anni in botti di dimensioni differenti (minimo tre) e di diversi legni (rovere, castagno, gelso, ciliegio, frassino e ginepro), ognuno dei quali regala un particolare aroma all’aceto e lo rende unico. Le tre fasi della produzione dell’aceto sono la fermentazione alcolica, l’ossidazione acetica e l’invecchiamento. La fase più complessa e delicata, che celebra l’esperienza del maestro acetaio, è il processo di affinamento del bouquet, che diviene sempre più intenso, delicato e gradevole al naso e al gusto. Le operazioni di elaborazione, di invecchiamento obbligatorio e di imbottigliamento del prodotto devono avvenire nel territorio della provincia di Reggio Emilia.

Consumo: L’aceto balsamico tradizionale è un condimento d’eccezione, che per la sua duttilità può adattarsi ai più svariati utilizzi, sempre più legati alla gastronomia di qualità e all’arricchimento di piatti di altissimo pregio: per esaltare i sapori delle pietanze ne bastano poche gocce, aggiunte a crudo per non disperderne il bouquet. Può essere impiegato su insalate, sul pinzimonio, su scaglie di Parmigiano Reggiano, sul prosciutto crudo e addirittura sulla frutta. Si sposa perfettamente con tutte le carni rosse, la selvaggina, il pollame, ma anche con insalate di mare e con il pesce lesso. Arricchisce il sapore di maionesi, salse, mantecati, intingoli.

Cenni storici: L’Aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia è unito al suo territorio da una storia millenaria che parla del prodotto come di un tesoro, custodito segretamente fino a pochi anni fa, e ora invece diventato reperibile in commercio. 
Le testimonianze della sua esistenza risalgono agli inizi dello scorso millennio: si narra che nel castello di Canossa venisse prodotto un aceto, elisir e balsamo, che era molto apprezzato dalle teste coronate. Documenti storici dei secoli XII, XIII e XIV, invece, registrano la presenza di vere e proprie consorterie di fabbricanti di aceto, i cui affiliati dovevano tenere gelosamente custodito il segreto della pregiata produzione. Tutta la dinastia estense che governò il ducato di Modena, Reggio e Massa fino all’Unità d’Italia arricchì le cronache di memorie sull’Aceto balsamico tradizionale, ma le testimonianze si infittiscono nell’Ottocento, quando era buona norma accrescere la dote della nobildonna che si maritava con vaselli di aceto balsamico pregiato e batterie di botticelle dal contenuto prezioso.


Fonte: Disciplinare di Produzione della DOP “Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia

Museo del balsamico tradizionale: sito Internet: www.museodelbalsamicotradizionale.org

Aceto Balsamico Tradizionale di Modena D.O.P


Aceto Balsamico tradizionale di Modena





Riconoscimento DOP: Reg. CE n. 813/2000.
Zona di produzione: provincia di Modena, nella zona compresa tra la valle del fiume Secchia fino alla sinistra del fiume Reno.



Descrizione del prodotto: colore bruno scuro, carico e lucente; densità apprezzabile in una corretta, scorrevole sciropposità; “bouquet” caratteristico, fragrante, complesso ma bene amalgamato, penetrante e persistente, di evidente ma gradevole e armonica acidità; sapore caratteristico, così come attraverso i secoli è stato consacrato dalla tradizione in immutabile continuità, dolce e agro e ben equilibrato con apprezzabile acidità con lieve tangente di aromaticità ottenuta per l’influenza dei vari legni usati dei vaselli di acetaia, vivo, franco, pieno, vellutato, intenso e persistente, in buona sintonia con i caratteri olfattivi che gli sono propri; acidità totale non inferiore a 4,5 gradi ( espressa in grammi di acido acetico per 100 grammi di prodotto); densità a 20 gradi centigradi (non inferiore a 1,240). 

Conservazione: Dato il prolungato invecchiamento nelle acetaie e le caratteristiche intrinseche che ne derivano, il prodotto non è soggetto a rischi di alterazione durante la conservazione. L’Aceto balsamico tradizionale di Modena va conservato in recipiente di vetro, avendo semplicemente cura di chiudere bene il contenitore e conservarlo lontano da sostanze che emanino profumi particolari o sentori pronunciati.

Metodo di produzione: Ottenuto dalle uve di Lambrusco, Ancellotta, Trebbiano, Sauvignon, Sgavetta, Berzemino e Occhio di Gatta.
L’Aceto balsamico tradizionale di Modena è ottenuto da uve tipiche della zona di origine, il cui mosto, cotto a fuoco diretto e a vaso aperto, viene posto in botti di legno pregiato dove acetifica naturalmente. A seguito di successivi travasi in botti di dimensioni sempre minori, e dopo molti anni di maturazione e invecchiamento, acquista le caratteristiche organolettiche tipiche. A questo punto interviene la valutazione degli esperti degustatori a sancire il raggiungimento del miracoloso equilibrio che solo l’alchimia del tempo e la mano esperta dell’uomo sanno concedere a questo prodotto.

Consumo: Il balsamico è duttile, ma a non saperlo impiegare correttamente si corre il rischio di sprecarlo: si tratta di trovare il giusto equilibrio tra la quantità utilizzata e il risultato che si vuole ottenere. Si consiglia di assaggiarlo sulla punta di un cucchiaio prima dell’impiego, per percepirne, volta per volta, la rotondità oppure l’intensa acidità. 
L’Aceto balsamico tradizionale di Modena può essere gustato su tutte le verdure, fresche e lessate, sui bolliti, per preparare salse e per rifinire preparazioni di carne e pesce, sul Parmigiano Reggiano, sulla frutta (ideale sulle fragole) e sul gelato.

 L’Aceto balsamico tradizionale di Modena costituisce una realtà unica al mondo nel panorama dei condimenti. A differenza dell’aceto, che proviene da un liquido alcolico, l’aceto balsamico tradizionale è ottenuto da un mosto cotto di uve tipiche della zona di origine, bianche e zuccherine. 
La tradizione gastronomica modenese arricchisce molti dei suoi piatti con il particolare sapore di questo condimento, la cui origine risale al tempo dei Romani, che utilizzavano il mosto cotto concentrato (sapa) per condire le loro pietanze.

Fonte: Disciplinare di Produzione della DOP “Aceto Balsamico Tradizionale di Modena

ORIGINI E CENNI STORICI SULL’ACETO BALSAMICO DI MODENA


Aceto Balsamico significa da tempo immemorabile cultura e storia di Modena. Infatti la sua esistenza é dovuta alle particolari caratteristiche pedoclimatiche del territorio alle quali si sono aggiunte i saperi, le conoscenze e le competenze del fattore umano che in una mirabile sintesi hanno dato vita a un prodotto esclusivo e distintivo dei territori delle attuali province di Modena e Reggio Emilia (cioè dell’antico Ducato Estense).

A Modena sono sempre esistiti diversi tipi di aceto ottenuti col mosto di uva, in relazione allo sviluppo nella storia di diverse ricette, di diversi metodi di preparazione e di invecchiamento.
L’origine di questi prodotti risale alla tradizione degli antichi Romani.
Il termine Balsamico è relativamente giovane, usato per la prima volta nei registri degli inventari ducali della Reggia Estense di Modena nel 1747(1) e probabilmente il nome stesso nasceva dall’uso terapeutico che allora se ne faceva (2)….

(1) 
Registro delle vendemmie e vendite dei vini, per conto delle cantine segrete per l’anno 1747’, Archivio di Stato.

(2) 
Gioacchino Rossini in una lettera all’amico Angelo Castellani: ‘…alquanto poco aceto modenese, dalla sperimentata efficacia rinfrescante e balsamica, riuscì in breve lasso di tempo a ridare un po’ di salute e tranquillità…’

Ulteriori cenni storici:

L’asparago verde di Altedo IGP



L’asparago di Altedo appartiene alla famiglia delle Liliacee e se ne conltivano quattro diverse varietà: il più diffuso è il Precoce di Argenteuil, poi ci sono Eros, Marte e Ringo. Ha un colore verde vivace, la polpa soda e croccante e la punta ben compatta. L’odore ed il sapore sono molto delicati.

La Igp (Identificazione geografica protetta) è un marchio de qualità che viene attribuito ai prodotti agroalimentari per i quali una ben definita qualità dipende dall’origine geografica, e la cui produzione, trasformazione e/o elaborazione avviene in una area geografica determinata. L’asparago Verde di Altedo può esser coltivato esclusivamente in 30 comuni della Provincia di Bologna e 26 della Provincia di Ferrara


Zona geografica di produzione:
Comprende la provincia di Ferrara e la parte della provincia di Bologna a nord della via Emilia.


Si abbinano a dei vini bianchi intensi, giovani e secchi, di media corposità e con un’adeguata intensità gusto-olfattiva in base alla modalità di cottura.


Curiosità storiche e letterarie:

Vincenzo Tanara, bolognese di nobile famiglia, cacciatore per passione e soldato presso varie corti seicentesche italiane, amava rifugiarsi nei propri possedimenti presso Calcara, dove lavorava alla stesura della sua “L’economia del cittadino in villa” traendo diretta ispirazione dal soggiorno rurale e dalla pratica conduzione della sua tenuta.
L’economia è un testo che vanta innumerevoli citazioni, forse proprio perché ci racconta una nuova visione dell’agricoltura, non più votata alla sussistenza, ma alle esigenze di mercato e ai calcoli di profitto.
I passi riportati riguardano l’uso e le proprietà curative dell’asparago; come spesso succede, “…convivono in questi brani dotte citazioni dei georgici latini e accurate descrizioni degli usi e costumi agricoli del bolognese, una erudizione a volte stucchevole e il puntuale resoconto di sperimentazioni personalmente messe in atto con tecniche spregiudicate per quel tempo.” Non mancano, come si può notare, passaggi senz’altro curiosi, mentre emerge la notorietà degli asparagi delle terre bolognesi, confezionati uno per uno e spediti a Roma o altrove.

De’ sparagi alcuni ancora sono salvatichi, e nascono ne’ boschi e ripe vicino all’acque, e caneti, quali da ciascheduno senza fatica posson’esser raccolti, e sono molto medicinali, perche nutriscono più di tutti gli altri erbaggi, conferiscono allo stomaco, purgano il petto, mollificano il corpo, e provocano l’urina, accrescono il seme genitale, ma fanno sterili le Donne, e nettano le reni. Non erano però, per quanto credo, de’ domestici quelli, de’ quali scrive Plinio, che al suo tempo à Roma da Ravenna erano mandati, e che ce n’erano, che pesavano tre libre l’uno.
Marziale ci dà à pensare, che fossero di laguna, e selvaggi, dicendo Mollis in aequorea, quae creuit Spina Ravenna Non erit incultis gratior asparagis.
Ateneo dice, che in Giettulia di Libia nascono grossi più delle Canne di Cipro, e longhi dodeci piedi; magnasi cotto l’asparago, ma vuole tanto poca cuocitura, quanto un’ovo, e però quando Druso voleva proponer cosa di presto successo, diceva potersi esequire più presto, che non si cuocono i sparagi. Serve per insalata con oglio, sale, pepe, & aceto; serve per minestra con oglio solo, e melangola, & un poco di suo brodo, overo con brodo buono di carne, ne’ quali modi cuopre ogni carne, & ogni pesce respettivamente accompagnato, ò con carne salata porcina, ò con tarantello. Passa per pesce infarinato, e fritto; pare stuffato posto in piatto con butiro, e cacio: sopra una carta cuocesi su la graticola con oglio, sale ò butiro, overo sottestati; se ne fanno crostate ancora, e le sue punte si tramezano con cacio tenero; In frittata d’ova ancora è buono, si che d’asparago solo si può far’un magnare, e cotti sono più sani a’ vecchi, che a’ colerici. In compagnia poi entra ne’ pasticci con molto gusto, ne’ potacchi, ne’ stuffati, ne’ pieni, e simili; Conservansi le cime dell’asparago nell’oglio,
con un poco di sale. Mandanosi à Roma, e per tutte le parti, involti ciascheduno in carta da per se, e così non toccandosi si conservano. Avicenna dice, che col far’orina puzzolente evacuano ogni mal’odore, e rendono il corpo odorifero. Carlo Steffani
dice, che la radica de’ sparagi applicata al dolor de’ denti, lo leva. Con l’herba dello sparago s’ornano Imagini, e Sacri Tempij. Il Pisanelli dice, che ongendosi uno con sugo di sparagi, non è offeso da Api. (*)
(*) Vincenzo Tanara,
L’economia del cittadino in villa,
Bologna, Edizioni Analisi, 1987
(prima ed. Bologna, 1644),
pagg. 230-1

Birra Peroni

Carosello Birra Peroni – Chiamami Peroni sarò la tua Birra

Birra Peroni: la storia


Il Gruppo Peroni, 160 anni e più di storia, in mano straniera dal 2003 (è nella scuderia della sudafricana SAB Miller) è, come si usa dire oggi con termini “moderni”, uno dei player principali nel settore dell’industria birraria italiana: 750 dipendenti, tre stabilimenti produttivi (Roma, Padova e Bari), la malteria Saplo, una produzione annua di birra che ammonta a 3,250 milioni di ettolitri (fonte Assobirra, dati riferiti al 2010).


Solvi Stubing (nella pubblicità a lato), Anita Ekberg, Fred Buscaglione, Mina e Ugo Tognazzi, Renzo Arbore, Milly Carlucci, Filippa Lagerback,Adriana Sklenarikova, Camilla Vest; per non parlare del ciociaretto firmato da Romolo Tessari nel 1910, sono soltanto alcuni dei rinomati testimonial pubblicitari di una birra e un birrificio che hanno fatto la storia. 

Una storia che attraversa trasversalmente le vicende dell’Italia fin dal 1846, anno della sua apertura, quando Giovanni Peroni trasferisce la propria attività a Vigevano, dove comincia a lavorare come bottigliere (la famiglia di origine era invece di pastai). Ben presto vi apre una piccola attività di produzione di birra, che poi veniva venduta in un locale che lo stesso Peroni aprì accanto alla fabbrica, un vero e proprio brewpub ante-litteram (la stessa cosa farà poi anche a Roma, quando vi si trasferirà).

Le cose funzionavano, ma Peroni intuisce che la propria attività avrebbe riscosso un maggior successo in un posto diverso, visto il ristretto mercato vigevanese. Il consumo di birra nel centro sud dell’Italia era in quel periodo molto più diffuso che al nord, e quindi Giovanni decide di fare il grande salto e trasferisce la propria attività a Roma, prima vicino a Piazza di Spagna (1864), poi nel Borgo santo Spirito (1872, con la mescita che si effettuava nella elegante zona di via dei Due Macelli) e, infine, in zona Colosseo (1890), dove, accanto alla fabbrica, apre un “pub” con 19 tavoli. E’ il momento della “stabilità” delle scelte: la famiglia Peroni sceglie definitivamente Roma, e Roma sceglie la birra Peroni, che comincia a mietere riconoscimenti: si può fregiare dello stemma reale in quanto fornitrice ufficiale della Casa Reale e arriva, nel 1886, la menzione onorevole alla Esposizione nazionale dei prodotti nazionali.

La grande svolta produttiva si ha nel 1905, quando i fratelli Peroni portarono in Italia, dopo averla studiata in Germania, la bassa fermentazione: convinti che il proprio futuro birrario avrebbe dovuto puntare su quel tipo di produzione, in quell’anno i Peroni fecero la fusione con la più grande fabbrica di ghiaccio di Roma. La nuova associazione si chiamò Le Società Riunite Fabbrica di Ghiaccio e Ditta F. Peroni, la cui nuova sede si trovava nei pressi di Porta Pia: 300 operai e una squadra di “carri giro” trainati da cavalli che portava la birra in tutta Roma. Come per tutte le attività economiche europee “storiche”, il periodo fra le due guerre è stato quello più complicato, e la Peroni, in questo, non fa eccezione. Ma dalle difficoltà la Peroni cerca di risollevarsi in vari modi: fantasia produttiva (nasce in quegli anni il Peroncino, a lato la prima bottiglia), grandi investimenti pubblicitari che lasciano il segno sull’immaginario collettivo Il ciociaretto ricordato in precedenza), tecnologizzazione degli impianti, acquisizione di fasce di mercato attraverso l’acquisto di birrifici “minori” e/o locali. Dal 1926 al 1938 Peroni, infatti, acquisisce e ingloba la fabbrica Birra Perugia, le Birrerie Meridionali di Napoli (che dal 1930 si chiameranno Birra Peroni Meridionale), Birra d’Abruzzo di Castel di Sangro, la Birra Partenope (che Peroni acquista ad un’asta fallimentare) e la Birra Livorno.

Finita la Seconda Guerra, riassestati i danni che l’apparato produttivo aveva subito, una vasta riorganizzazione della filiera distributiva risolleva le sorti della Peroni, ristrutturazione elaborata da Franco Peroni, dopo un suo viaggio negli States, dove capì l’importanza della razionalizzazione logistica e della organizzazione delle unità produttive. Lo stesso Franco Peroni scommette su una pronta ripresa dell’Italia e fa costruire a Napoli il birrificio più moderno dell’epoca, inaugurato nel 1953, al quale seguono altri tre stabilimenti: Bari (1963), Roma (1971) e Padova (1973). Prosegue anche la politica delle acquisizioni: alla fine degli anni ‘50 è la volta della Dormisch di Udine e della Faramia di Savigliano, nel 1960/61 tocca alla Pilsen di Padova e alla Raffo di Taranto, nel 1970 tocca alla Itala Pilsen del Gruppo Lucani. La politica delle acquisizioni terminerà nel 1983, con l’acquisizione della Whurer di Brescia (allora controllata dalla Gervais Danone).




Nel 1963 nasce il marchio Nastro Azzurro legato per sempre nell’immaginario collettivo allo slogan ”chiamami Peroni sarò la tua birra” con il quale verrà promozionata e alla figura della bionda Solvi Stubing, sua “madrina” pubblicitaria. E’ la birra che fa conoscere il Gruppo Peroni all’estero, dove ancora oggi è la birra italiana più venduta. E gli anni ‘70-’80 sono gli anni della espansione del birrificio italiano sui mercati esteri, attraverso la diversificazione dei propri prodotti e l’avvio di collaborazioni con aziende internazionali. Dal 1983 si comincia ad esportare in America, e contemporaneamente si procede ad una ulteriore razionalizzazione degli impianti e della filiera produttiva. Nel 1984 chiude il deposito (ex stabilimento) di Livorno, e la fabbrica di Savigliano (ex Faramia). Nel 1985 chiude lo stabilimento di Taranto e nel 1988 quello di Udine, nel 1989 alla quello della Wuhrer di Brescia e nel 1993 quello di S. Cipriano Po (ex birra L.E.O.N.E.). La produzione è così concentrata sugli stabilimenti di: Roma Napoli, Bari e Padova (ex Itala Pilsen).

E arriva,infine, il tempo delle multinazionali nel campo della produzione birraria, anche e soprattutto in Italia; dopo aver tentato di “limitare i danni” con un accordo commerciale/produttivo con la Heineken che aveva cominciato a mettere gli occhi sul Gruppo Peroni (detentore, negli anni ’80 del 40% del mercato birrario italiano), quella stessa Heineken che nel 1998 acquisirà la Birra Moretti, anche la famiglia Peroni è infine costretta a capitolare. Nel 2003 Isabella Peroni, figlia di Giacomo e ultima proprietaria della azienda vende la maggioranza delle azioni alla multinazionale sudafricana SABMiller. E’ la fine di una storia tutta italiana di fare birra, ma non la fine di un modo italiano di fare birra, industriale ma con un occhio attento alla qualità. Il “garante” di ciò è Ezio Messina, direttore del laboratorio centrale della Peroni a Roma, che controlla l’intera filiera produttiva delle materie prime, fra le quali il Nostrano Peroni, un tipo di mais autoctono (racconta la Guida alle Birre d’Italia edito da Slowfood), non ogm, selezionato in collaborazione con L’Istituto Cerearicolo e il Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione Agricola di Bergamo e coltivato in cinque regioni italiane da un network di aziende agricole.

di Alberto Laschi