Orto di Maggio 2021 Pomodori, Melanzane, Fagiolini, Bietole….Semenzaio

Orto a Maggio

Calendario dei trapianti di Maggio

Il mese di maggio è molto impegnativo per l’orticoltore, si cominciano a raccogliere molti ortaggi: gli asparagi sono al loro culmine, vi sono poi le bietole, le carote, i primi cetrioli, la cicoria da taglio, cipolla bianca, pisello, fava, ravanello. Nelle serre sono già pronti i fagiolini, lattughe, melanzane, pomodori e zucchine. Molte aromatiche sono poi nel loro pieno sviluppo. In questo periodo bisogna prestare attenzione regolarmente alle nostre piante: monitoriamo la presenza di parassiti, marciumi, crittogame o se si manifestino delle carenze. Questa abitudine ci aiuterà ad intervenire prontamente riducendo i danni al minimo.

Orto mese di Maggio

L’orto della Selva Armoniosa

I musei del cibo nel parmense, il pomodoro

Coltivazione idroponica del pomodoro

Idroponica

PER IL SOCIALE

La produzione in locali protetti garantisce salubrità del prodotto 365 giorni all’anno, non si impoveriscono i terreni e si utilizza meno terreno per le coltivazioni rispettando così le oasi naturali del territorio limitrofo. Per produrre le stesse quantità prodotte in 12 ha di serre ci sarebbe bisogno di 40 ha di terreno a cui si dovrebbero aggiungere altri 80 ha per le doverose rotazioni colturali. Si è rivitalizzata inoltre una zona a bassa necessità di manodopera creando posti di lavoro fissi (non stagionali) e indotto per attività ricettive ed aziende terze per le necessarie manutenzioni.

TRASFERIBILITÀ/REPLICABILITÀ DELL’INNOVAZIONE

Il processo è ripetibile e replicabile nei terreni limitrofi alle centrali di biogas di proprietà. Ogni centrale può potenzialmente generare calore per un determinato numero di ha di serre. Avendo 23 centrali biogas è possibile replicare il processo in altri 21 siti in Italia (2 già attivi, Crevalcore ed Ostellato).

Scelgo un video prediligendo l’Imprenditoria Femminile

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I Vitigni dell’Emilia Romagna

Coltivazione di nuovi 9 Vitigni E.R.


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Birra Peroni

Carosello Birra Peroni – Chiamami Peroni sarò la tua Birra

Birra Peroni: la storia


Il Gruppo Peroni, 160 anni e più di storia, in mano straniera dal 2003 (è nella scuderia della sudafricana SAB Miller) è, come si usa dire oggi con termini “moderni”, uno dei player principali nel settore dell’industria birraria italiana: 750 dipendenti, tre stabilimenti produttivi (Roma, Padova e Bari), la malteria Saplo, una produzione annua di birra che ammonta a 3,250 milioni di ettolitri (fonte Assobirra, dati riferiti al 2010).


Solvi Stubing (nella pubblicità a lato), Anita Ekberg, Fred Buscaglione, Mina e Ugo Tognazzi, Renzo Arbore, Milly Carlucci, Filippa Lagerback,Adriana Sklenarikova, Camilla Vest; per non parlare del ciociaretto firmato da Romolo Tessari nel 1910, sono soltanto alcuni dei rinomati testimonial pubblicitari di una birra e un birrificio che hanno fatto la storia. 

Una storia che attraversa trasversalmente le vicende dell’Italia fin dal 1846, anno della sua apertura, quando Giovanni Peroni trasferisce la propria attività a Vigevano, dove comincia a lavorare come bottigliere (la famiglia di origine era invece di pastai). Ben presto vi apre una piccola attività di produzione di birra, che poi veniva venduta in un locale che lo stesso Peroni aprì accanto alla fabbrica, un vero e proprio brewpub ante-litteram (la stessa cosa farà poi anche a Roma, quando vi si trasferirà).

Le cose funzionavano, ma Peroni intuisce che la propria attività avrebbe riscosso un maggior successo in un posto diverso, visto il ristretto mercato vigevanese. Il consumo di birra nel centro sud dell’Italia era in quel periodo molto più diffuso che al nord, e quindi Giovanni decide di fare il grande salto e trasferisce la propria attività a Roma, prima vicino a Piazza di Spagna (1864), poi nel Borgo santo Spirito (1872, con la mescita che si effettuava nella elegante zona di via dei Due Macelli) e, infine, in zona Colosseo (1890), dove, accanto alla fabbrica, apre un “pub” con 19 tavoli. E’ il momento della “stabilità” delle scelte: la famiglia Peroni sceglie definitivamente Roma, e Roma sceglie la birra Peroni, che comincia a mietere riconoscimenti: si può fregiare dello stemma reale in quanto fornitrice ufficiale della Casa Reale e arriva, nel 1886, la menzione onorevole alla Esposizione nazionale dei prodotti nazionali.

La grande svolta produttiva si ha nel 1905, quando i fratelli Peroni portarono in Italia, dopo averla studiata in Germania, la bassa fermentazione: convinti che il proprio futuro birrario avrebbe dovuto puntare su quel tipo di produzione, in quell’anno i Peroni fecero la fusione con la più grande fabbrica di ghiaccio di Roma. La nuova associazione si chiamò Le Società Riunite Fabbrica di Ghiaccio e Ditta F. Peroni, la cui nuova sede si trovava nei pressi di Porta Pia: 300 operai e una squadra di “carri giro” trainati da cavalli che portava la birra in tutta Roma. Come per tutte le attività economiche europee “storiche”, il periodo fra le due guerre è stato quello più complicato, e la Peroni, in questo, non fa eccezione. Ma dalle difficoltà la Peroni cerca di risollevarsi in vari modi: fantasia produttiva (nasce in quegli anni il Peroncino, a lato la prima bottiglia), grandi investimenti pubblicitari che lasciano il segno sull’immaginario collettivo Il ciociaretto ricordato in precedenza), tecnologizzazione degli impianti, acquisizione di fasce di mercato attraverso l’acquisto di birrifici “minori” e/o locali. Dal 1926 al 1938 Peroni, infatti, acquisisce e ingloba la fabbrica Birra Perugia, le Birrerie Meridionali di Napoli (che dal 1930 si chiameranno Birra Peroni Meridionale), Birra d’Abruzzo di Castel di Sangro, la Birra Partenope (che Peroni acquista ad un’asta fallimentare) e la Birra Livorno.

Finita la Seconda Guerra, riassestati i danni che l’apparato produttivo aveva subito, una vasta riorganizzazione della filiera distributiva risolleva le sorti della Peroni, ristrutturazione elaborata da Franco Peroni, dopo un suo viaggio negli States, dove capì l’importanza della razionalizzazione logistica e della organizzazione delle unità produttive. Lo stesso Franco Peroni scommette su una pronta ripresa dell’Italia e fa costruire a Napoli il birrificio più moderno dell’epoca, inaugurato nel 1953, al quale seguono altri tre stabilimenti: Bari (1963), Roma (1971) e Padova (1973). Prosegue anche la politica delle acquisizioni: alla fine degli anni ‘50 è la volta della Dormisch di Udine e della Faramia di Savigliano, nel 1960/61 tocca alla Pilsen di Padova e alla Raffo di Taranto, nel 1970 tocca alla Itala Pilsen del Gruppo Lucani. La politica delle acquisizioni terminerà nel 1983, con l’acquisizione della Whurer di Brescia (allora controllata dalla Gervais Danone).




Nel 1963 nasce il marchio Nastro Azzurro legato per sempre nell’immaginario collettivo allo slogan ”chiamami Peroni sarò la tua birra” con il quale verrà promozionata e alla figura della bionda Solvi Stubing, sua “madrina” pubblicitaria. E’ la birra che fa conoscere il Gruppo Peroni all’estero, dove ancora oggi è la birra italiana più venduta. E gli anni ‘70-’80 sono gli anni della espansione del birrificio italiano sui mercati esteri, attraverso la diversificazione dei propri prodotti e l’avvio di collaborazioni con aziende internazionali. Dal 1983 si comincia ad esportare in America, e contemporaneamente si procede ad una ulteriore razionalizzazione degli impianti e della filiera produttiva. Nel 1984 chiude il deposito (ex stabilimento) di Livorno, e la fabbrica di Savigliano (ex Faramia). Nel 1985 chiude lo stabilimento di Taranto e nel 1988 quello di Udine, nel 1989 alla quello della Wuhrer di Brescia e nel 1993 quello di S. Cipriano Po (ex birra L.E.O.N.E.). La produzione è così concentrata sugli stabilimenti di: Roma Napoli, Bari e Padova (ex Itala Pilsen).

E arriva,infine, il tempo delle multinazionali nel campo della produzione birraria, anche e soprattutto in Italia; dopo aver tentato di “limitare i danni” con un accordo commerciale/produttivo con la Heineken che aveva cominciato a mettere gli occhi sul Gruppo Peroni (detentore, negli anni ’80 del 40% del mercato birrario italiano), quella stessa Heineken che nel 1998 acquisirà la Birra Moretti, anche la famiglia Peroni è infine costretta a capitolare. Nel 2003 Isabella Peroni, figlia di Giacomo e ultima proprietaria della azienda vende la maggioranza delle azioni alla multinazionale sudafricana SABMiller. E’ la fine di una storia tutta italiana di fare birra, ma non la fine di un modo italiano di fare birra, industriale ma con un occhio attento alla qualità. Il “garante” di ciò è Ezio Messina, direttore del laboratorio centrale della Peroni a Roma, che controlla l’intera filiera produttiva delle materie prime, fra le quali il Nostrano Peroni, un tipo di mais autoctono (racconta la Guida alle Birre d’Italia edito da Slowfood), non ogm, selezionato in collaborazione con L’Istituto Cerearicolo e il Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione Agricola di Bergamo e coltivato in cinque regioni italiane da un network di aziende agricole.

di Alberto Laschi

Distillerie Poli – 1898

La Grappa

Ogni Grappa 
ha un gusto diverso, 
ogni persona 
ha un gusto diverso. 
Quanto più le caratteristiche del distillato coincidono con le preferenze di chi lo degusta, 

tanto maggiore sarà il piacere dell’assaggio. 

Per favorire la scelta più appropriata ogni nostro distillato è stato posizionato in un diagramma che ne indica il profilo aromatico prevalente, combinando gli aromi primari: fruttato, floreale, erbaceo e speziato.

La Tisana



La tisana è una miscela di almeno due piante, una delle quali è detta principale, ed è caratterizzata dalle proprietà che s’intendono sfruttare. L’azione della pianta principale è integrata ed ampliata da una o più piante dette adiuvanti.



Le tisane sono bevande medicinali ottenute peri nfusione o decozione di fiori, erbe, semi e cortecce. Si preparano con piante fresche o essiccate e, a seconda delle fonti vegetali utilizzate, possono avere proprietà dimagranti, drenanti, lassative, anticellulite, diuretiche, digestive, sedative, antinfiammatorie.
Talvolta nelle tisane, oltre all’elemento principale e all’adiuvante, troviamo anche un terzo fattore: il correttore del gusto. Mentre la pianta principale e l’adiuvante sono elementi necessari affinché si possa parlare di tisana, la pianta che migliora il sapore (frequentemente amaro) non è necessaria, ma spesso è utile, non solo per migliorare le caratteristiche organolettiche della preparazione, ma anche per le proprietà intrinseche della pianta stessa: è il caso della liquirizia, una delle piante più usate per migliorare il sapore delle tisane. Questa pianta è dotata di buone proprietà depurative infatti secondo studi recenti la liquirizia sembra avere la proprietà di rendere maggiormente biodisponibili i principi attivi delle piante medicinali presenti nella tisana. Le proprietà anche notevoli di certe piante sono inutili se l’organismo che assume le preparazioni erboristiche non può farle proprie. La capacità di fruire dei principi attivi presenti nelle piante prende, appunto, il nome di biodisponibilità.
Di solito le tisane vengono assunte a dosaggi non molto alti (1-2 cucchiaini per tazza) e per tempi lunghi; possono essere preparate per infusione o decozione, in base al tipo di piante che le compongono.
Nel fare le tisane bisogna prima di tutto puntare all’omogeneità (I componenti devono prestarsi tutti o per l’infusione o per la decozione): è meglio utilizzare preparazioni costituite da poche piante e ben conosciute piuttosto che avere problemi di interazioni indesiderate. Infatti, si può notare come alcune piante vivano armonicamente con altre e abbiano magari proprietà simili. Partendo da questa analisi ambientale si possono ottenere suggerimenti per una corretta formulazione di tisane tenendo conto dei sinergismi di terreno. Ignorare l’equilibrio vigente tra le piante (che, ricordiamolo, sono esseri viventi!) può provocare rallentamenti del processo terapeutico desiderato.
Nonostante la fitoterapia moderna utilizzi più frequentemente preparati già pronti (tinture madri, macerati di gemme etc…) le preparazioni estemporanee casalinghe, pur nella loro semplicità e nonostante alcuni le ritengano superate, mantengono ancora la loro importanza e validità soprattutto per le persone che bevono poco, per gli anziani, per i reumatizzati e per gli stitici. È da tener presente, inoltre, che a volte l’acqua è il miglior solvente dei principi attivi (come nel caso dell’artiglio del diavolo, della consolida maggiore, etc…) e che quindi le preparazioni acquose (decotti e infusi) per queste piante, sono senz’altro da preferirsi alle tinture madri e ad altre preparazioni apparentemente più prestigiose. La migliore strategia terapeutica non rinuncia a priori alle possibilità offerte anche dal più modesto dei rimedi. Solo preconcetti e interessi commerciali spingono rigidamente verso alcune forme, escludendone altre. Bisognerà valutare, comunque, caso per caso e in definitiva modulare gli interventi utilizzando le forme erboristiche e fitoterapiche che di volta in volta si dimostrano più valide.

Come si preparano 
La scelta del contenitore per l’infusione o la decozione, preferibilmente in ceramica o porcellana priva di piombo, è fondamentale per la buona riuscita di una tisana, che deve essere preparata con uno o due cucchiaini di miscela poco prima dell’assunzione. È sconsigliabile raccogliere da soli le erbe da utilizzare, poiché la raccolta è un passaggio essenziale del procedimento: chi la esegue deve conoscere lo stato di salute della pianta, il periodo dell’anno più indicato (chiamato anche tempo balsamico), la modalità corretta per la conservazione, per il trasporto e per la successiva essiccazione. Il ‘fai da te’ può portare all’annullamento degli effetti benefici o anche rivelarsi dannoso per la salute. Dopo l’acquisto gli ingredienti devono essere riposti in recipienti chiusi ma non ermetici e posizionati in un luogo fresco, buio e asciutto, fuori dalla portata dei bambini, e consumati entro sei mesi. Per aromatizzare la bevanda è bene evitare lo zucchero e preferire un cucchiaino di miele oppure aumentare, dietro consiglio dell’erborista, la percentuale di droghe aromatiche.

La scelta tra infusione o decozione dipende dalle caratteristiche delle erbe scelte:

Infusione. È il metodo estrattivo di elezione in ambito domestico. Si prepara versando acqua bollente sulla miscela o sulla bustina già pronta, lasciandola poi in ammollo dai cinque (tisane principalmente aromatiche) ai venti minuti (tisane principalmente terapeutiche) in un contenitore chiuso con coperchio e mescolando prima dell’assunzione. Rispetto al decotto, l’infuso è più adatto per estrarre componenti volatili (che andrebbero perduti con l’ebollizione) da tessuti teneri e delicati (fiori, foglie ed erbe aromatiche). Prima dell’assunzione si filtra l’infuso ottenuto attraverso una tela o un colino a maglie strette.

Decozione. Si esegue ponendo la droga in acqua all’interno di un contenitore con coperchio e portando a ebollizione per un tempo che varia dai cinque (tessuti più teneri come fiori, foglie e sommità fiorite, per i quali però in genere è preferibile l’infusione) ai trenta minuti (parti più coriacee, come radici, rami, bacche e cortecce). Segue una macerazione a fuoco spento per qualche minuto e una filtrazione finale. Il decotto viene utilizzato soprattutto per le droghe costituite da parti dure meno penetrabili dall’azione dell’acqua calda. Si beve in tazza, ma può anche essere utilizzato nell’acqua del bagno o per impregnare compresse di garza o di cotone da applicare sulla pelle.

Un po’ di storia 
Da secoli l’uomo fa uso di piante curative e medicinali a scopo terapeutico. Una tradizione, questa, che continua ancora grazie alla chimica e alla medicina moderne. Già nel Medioevo i monaci e gli adepti delle scuole mediche condussero studi rigorosi sulle erbe medicinali, effettuando precise classificazioni e suddividendole in base al loro effetto e alla loro efficacia. Ma solo dopo l’invenzione della stampa, nel XV secolo, fu possibile uniformare gli elenchi delle erbe con le loro possibili applicazioni: nacque così la medicina erboristica. Nell’Ottocento, poi, studiosi e botanici fecero importanti passi avanti nella ricerca ponendo le basi della farmacognosia, la scienza volta allo studio dell’efficacia terapeutica dei principi attivi di fiori, foglie, radici e cortecce, singolarmente e nell’interazione dei loro principi attivi.
Link utili:
Breve Bibliografia 
Sala O., Tè e tisane, Vallardi 
Pedrotti W., Tisane. Il gusto della salute, Giunti Demetra 
Del Principe S., Mondo L., Come fare tisane e infusi. Proprietà e benefici, Gribaudo
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Il miele – Componenti principali e Lavorazione

Il Miele
Il miele è la sostanza alimentare che le api producono partendo dal nettare dei fiori o dalle secrezioni di parti vive di piante, che esse raccolgono, trasformano, combinano con sostanze proprie e depongono nei loro favi. Avvengono numerosi scambi da un’ape all’altra, all’interno dell’alveare, che consentono una graduale maturazione ed arricchimento di enzimi che derivano dalle secrezioni ghiandolari delle api stesse.
I componenti principali del miele sono il fruttosio, il glucosio, l’acqua, altri zuccheri e sostanze diverse, tra cui acidi organici, sali minerali, enzimi, aromi e molte altre. Il miele è un alimento di elevato valore nutritivo, facilmente assimilabile. Il glucosio fornisce energia di immediato utilizzo, il fruttosio viene metabolizzato a livello epatico e costituisce una riserva energetica. Cento grammi di miele forniscono 320 calorie ed un potere dolcificante elevato. E’ costituito prevalentemente di zuccheri semplici (glucosio e fruttosio in percentuali diverse:tale rapporto è molto importante poiché, ad un elevato rapporto in glucosio corrisponde un’alta tendenza alla cristallizzazione.) e presenta una facile digeribilità.
Il glucosio entra infatti direttamente in circolo e viene quindi utilizzato immediatamente mentre il fruttosio è consumato più lentamente garantendo un apporto energetico diluito nel tempo.
E’ per questo motivo che viene consigliato nell’alimentazione dello sportivo, nell’alimentazione geriatrica e nella dieta dell’età scolare. Un’altra sua prerogativa è quella di avere un elevato potere dolcificante (superiore a quello del saccarosio) quindi a livello dietetico permette di realizzare un piccolo risparmio calorico.Il miele non è un alimento completo per la carenza di vitamine e protidi.La cristallizzazione è un processo naturale che dipende principalmente dalla composizione (rapporto tra glucosio e fruttosio) e dalla temperatura (massima sui 14C°). Se il contenuto di glucosio è elevato sarà più rapida. Le basse temperature la inibiscono.
Il miele appena estratto, possiede un’elevata gamma di fragranze ma tali peculiarità tendono a modificarsi nel tempo con l’insorgere di alcuni processi chimici accelerati dalla temperatura di conservazione. I principali parametri chimici che vengono presi in considerazione sono: l’HMF e l’enzima della Diastasi (l’HMF o idrossimetilfurfurale, è una sostanza praticamente assente dal miele appena estratto che si forma in seguito alla degradazione degli zuccheri, processo, questo, che viene notevolmente accelerato dalle alte temperature; La Diastasi è un enzima naturalmente presente nel miele che si degrada progressivamente sia con il passare del tempo che con processi termici.) L’HMF non dovrebbe superare i 20 mg/kg, il contenuto in Diastasi, invece, è molto variabile (dipende dalla quantità naturale di enzimi presente) generalmente deve essere superiore a 8, anche se vi sono delle dovute eccezioni.
Principali difetti evidenziabili nei mieli (visivi e qualitativi):
Cristallizzazione incompleta:
Il miele si presenta disomogeneo, con una fase liquida, in cui sono inglobati cristalli, in genere molto grossolani o aggregati addossati alle pareti e al fondo. Ciò di solito si manifesta in miele carenti di uno o più fattori predisponenti alla cristallizzazione ad es. in mieli con poco glucosio, invasettati subito dopo la decantazione o mieli rifusi.
Separazione in fasi:
Il miele si presenta separato nettamente in due parti una liquida in superficie, l’altra solida in basso la separazione tra le due parti è netta e orizzontale essa, avviene, per la precipitazione dei cristalli sul fondo a causa di una consistenza del prodotto non abbastanza densa e coesa: ad es. in mieli troppo umidi, con consistenza cremosa, o conservati a temperature alte .
Striature biancastre:
quando affiorano in superficie (schiuma) possono essere dovute alla risalita di minuscole bolle d’aria inglobate nella massa del miele durante la lavorazione oppure alla formazione di anidride carbonica. Mentre nel primo caso si tratta di un problema solo estetico, nel secondo questa formazione è indizio di un processo fermentativo in atto: il miele è in questo caso irrecuperabile. E’ possibile distinguere tra i due tipi di difetti all’assaggio: un miele fermentato presenta al gusto un sapore leggermente acidulo.
Se queste venature si notassero su tutta la superficie del vasetto sarebbe invece ipotizzabile l’avvenuta espulsione di aria in fase di cristallizzazione più o meno repentina (macchie di retrazione).
Cambiamento di colore:
generalmente mieli sottoposti ad un riscaldamento eccessivo oppure conservati per troppo tempo e in condizioni non ottimali, tendono ad assumere una colorazione più scura, gli aromi tipici si affievoliscono mentre compare l’odore e il sapore di caramello e un gusto più amaro dovuto alla degradazione del fruttosio.
Fermentazione:
E’ forse il difetto più grave e irrimediabile, tale processo avviene per lo sviluppo di lieviti, un miele fermentato presenta al gusto un sapore leggermente acidulo.
Il processo fermentativo è direttamente proporzionale alla percentuale di acqua che vi è in un miele, con una percentuale sotto al 18% di umidità il processo è inibito.
Un miele fermentato o in fase di fermentazione è irrimediabilmente perso, l’unico suo uso consentito e quello industriale, ne è, infatti, vietata la vendita.
L’etichetta 
Oltre alle caratteristiche “classiche” dei prodotti alimentari (peso netto, produttore, composizione, lotto, etc..) di seguito riportiamo alcune informazioni che debbono riscontrarsi in un’etichetta:
Origine geografica;
In assenza di indicazioni specifiche di provenienza, il miele deve intendersi prodotto nei Paesi della Comunità Europea
Se l’origine del miele è totalmente o parzialmente di Paesi extracomunitari deve essere commercializzato riportando una delle seguenti diciture: “miele extracomunitario”, “miscela di mieli comunitari ed extracomunitari”, “miscela di mieli extracomunitari”
Se il produttore vuole sottolineare che è di provenienza nazionale, può dichiarare “miele italiano”
Origine botanica;
E’ consentito completare la denominazione di vendita con un’indicazione relativa all’origine botanica.
Il miele proveniente prevalentemente da un’unica specie botanica (monofloreale) potrà recare tale indicazione in etichetta (“miele di castagno”, “miele di acacia”, etc.); il miele proveniente da diverse specie botaniche potrà recare in etichetta l’indicazione “millefiori”.
Non è obbligatoria la data di scadenza, essa è facoltativa.
dalla seguente fonte: